Asino chi non li legge

Beppe Grillo - “Il Manuale del Boia” di Charles Duff Se la ragion grillesca impone un repulisti, tanto vale farlo bene. Mica con l’apriscatole. Serve un bel manuale come questo, che considera l’impiccagione una delle belle arti. La pratica richiede infatti “occhio attento, cervello freddo e calcolatore in tempi brevi, quel tocco da maestro che si trova solo nel campo delle arti maggiori”. (“Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione”, stabiliva Gastone Moschin in “Amici miei” di Mario Monicelli: bello sapere che le nostre fonti concordano sui fondamentali).
8 AGO 13
Ultimo aggiornamento: 21:43 | 12 AGO 20
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Beppe Grillo
“Il Manuale del Boia” di Charles Duff
Se la ragion grillesca impone un repulisti, tanto vale farlo bene. Mica con l’apriscatole. Serve un bel manuale come questo, che considera l’impiccagione una delle belle arti. La pratica richiede infatti “occhio attento, cervello freddo e calcolatore in tempi brevi, quel tocco da maestro che si trova solo nel campo delle arti maggiori”. (“Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocità d'esecuzione”, stabiliva Gastone Moschin in “Amici miei” di Mario Monicelli: bello sapere che le nostre fonti concordano sui fondamentali). “Il boia è internazionalista”, sostiene l’irlandese Charles Duff, che nel 1928 pubblicò il manuale per colmare una lacuna. Un libretto intitolato “Le mie esperienze” – scritte da un defunto boia che si chiamava Mr Berry – era ormai fuori commercio. L’Inghilterra non poteva restare all’oscuro delle competenze e delle preziose tabelle per i pesi e per le altezze che ogni bravo boia porta con sé. In materia Beppe Grillo è piuttosto ferrato: quando insulta gli avversari perché grassi o bassi sta evidentemente prendendo loro le misure per una rapida e professionale esecuzione.


Daniela Santanchè
“Tennis” di John McPhee
E no, i racchettoni basta. Van di moda a Forte dei Marmi, giocati a mezz’acqua che rassoda anche il polpaccio (si intende: se una ne avesse bisogno, qui manca la fattispecie). Però, insomma, i racchettoni non sono il massimo, per una pitonessa che svetta sui tacchi, e un giorno ci fece tirar fuori il taccuino per prendere nota della frase: “Le donne che vanno in giro con le scarpe piatte hanno qualcosa da nascondere”. Ringraziamo e confermiamo: che donna sarebbe, una che non ha proprio niente da nascondere? Però insomma, facciamo l’upgrade. Tennis, se proprio bisogna rincorrere una pallina. Tennis, come in David Foster Wallace che ha dedicato un libro a Roger Federer (una fotografia lo ritrae accanto a una mucca svizzera tutta agghindata di fiori gialli). Tennis, come nel volumetto di John McPhee, celebre firma del New Yorker. Ricostruisce una partita del 1968, tra Arthur Ashe e Clark Graebner. Osservando i ghirigori delle palle sull’erba, certifica che non è uno sport per signorine.


Pier Luigi Bersani
“Il condominio” di J. G. Ballard
Finisce a schifio. Il dottore se ne sta sulla sua terrazza, a spolpare un cane. Si chiama Robert Laing, e nessuno ci toglierà dalla testa che Ballard avesse in mente lo psicoanalista dell’io diviso (una frecciatina a certa gente non fa mai male). Tre mesi prima, gli inquilini si erano ritirati in un grattacielo con tutte le comodità. Era stato disegnato da un archistar, per ospitare avvocati, medici, fiscalisti, docenti universitari e pubblicitari. Grande osservatore dei paradisi artificiali che diventano inferni perché non contemplano la presenza di un serpente (sarebbe meglio imparare dagli antichi maestri), Ballard prende nota: “Avevano gli stessi gusti e gli stessi atteggiamenti, gli stessi pallini e lo stesso stile, che si rifletteva chiaramente nella scelta delle automobili, nella maniera elegante di arredare gli appartamenti, nella selezione di cibi sofisticati del reparto Delikatessen nel tono delle loro voci sicure”. Cominciano ad accapigliarsi durante un black out di un quarto d’ora. Futili motivi, che subito degenerano in una lotta tribale tra gli abitanti dei piani bassi e quelli dei piani alti: “Poco sotto la schiuma del pettegolezzo professionale si stendeva una dura cappa di rivalità personali”. Una soluzione ci sarebbe, in un racconto gemello di Ballard. Altro condominio, recintato e con la sbarra. Una mattina tutti i genitori vengono trovati morti, per mano dei ragazzini.


Guglielmo Epifani
“Generazione x” e “Generazione a” di Douglas Coupland
Da bambini, i trentenni di “Generation X” – più o meno coetanei dello scrittore, nato nel 1961 – venivano portati ad annusare le pompe di benzina. “Senti questo, è l’odore del futuro”, spiegava papà. Solo che poi Douglas Coupland ha scritto “Generazione A”, raccontando un mondo dove le api sono sparite, come sostengono i profeti di sventura calcolando nei cinque anni successivi la scomparsa degli umani. Però poi ritornano: cinque tra giovanotti e giovanotte, in diverse parti del mondo, vengono punti. Doppietta necessaria per chi ancora crede che le presse siano la misura dell’universo lavorativo. Sopravvivono solo nei musical di Lars von Trier, che per salire la scalinata con tappeto rosso di Cannes pretende – e ottiene – l’Internazionale. (Ma era chiaro l’omaggio del regista ai musical sovietici che piacevano a Stalin, covoni di grano e agricoltrici con le trecce). Due romanzi invece di uno invece di uno sono il compito delle vacanze che tocca ai ripetenti.


Silvio Berlusconi
“Casa desolata” di Charles Dickens
Non per la casa (di tante che lui ce n’ha). Neppure per la desolazione. E’ per la causa interminabile “Jarndyce contro Jarndyce”, che occupa gran parte del colossale romanzo e offre a Dickens l’occasione di dire tutto il male possibile del sistema giudiziario britannico, dei giudici e pure degli avvocati (si era a metà dell’Ottocento, prima della riforma). All’origine, un lascito ereditario contestato che comprende la casa con tenuta del titolo, e ha già scucito ai contendenti 70 mila sterline – dell’epoca – per spese legali. Dickens era stato praticante in materie legali, si era battuto strenuamente per i suoi diritti d’autore (c’erano stenografi che andavano alle sue letture pubbliche, ricavandone edizioni pirata come oggi si fa alle sfilate di moda). Finché decise che non era roba per lui, e si dedicò al romanzo.


Ignazio Marino
“L’Italia in velocipede” di Joseph e Elizabeth Pennell
Gli amici esperti di cose italiane li avevano avvertiti. “Per facchini, guardie e ufficiali delle dogane saremmo diventati facili prede, e per trasportare il mezzo in Italia avremmo dovuto pagare una somma maggiore di quella spesa per acquistarlo”. Non basta per dissuadere la biografa di Mary Wollstonecraft, che con il marito Joseph inizia da Firenze il suo gran tour a pedali. Disegna scorci pittoreschi, tra cui “Giorno di bucato a Tivoli”, lenzuola stese ad asciugare sotto il tempietto della Sibilla. A Roma, tra il Corso e la desolazione dei Fori Imperiali, multa di dieci franchi “per guida pericolosa e rifiuto all’ordine di scendere”. Colonne spezzate, archi diruti, uno stato di abbandono peggiore della rovina. Meno male che un intraprendente panettiere ha sistemato la botteguccia tra le colonne del tempio di Minerva. Elizabeth Pennell è anche la cuoca a cui Adam Gopnik, nel libro “In principio era la tavola”, indirizza affettuose e-mail. Si configura così, con cento anni di anticipo, l’accrocco tra piste ciclabili e cibo genuino denunciato da Francesco De Gregori come unico patrimonio caro alla sinistra d’oggidì.


Enrico Letta
“Il pozzo e il pendolo” di Edgar Allan Poe
C’è di peggio. Peggio che aver tutti contro, a cominciare dai compagni di partito. Peggio che convincere Angela Merkel dell’affidabilità italica. Peggio che dover tenere insieme il governo, risanare l’economia, tagliare le tasse e affrontare le primarie. Uno si potrebbe risvegliare in una puzzolente cella dalle pareti mobili, che si restringono pian piano. Vicino a una brocca d’acqua e a una pagnotta da dividere con topi famelici. L’Inquisizione, certo. Una prigione di Toledo, forse. Appeso al soffitto un enorme pendolo dalla falce affilata, esattamente all’altezza del cuore. Le pareti si arroventano, il pendolo oscilla e scende sibilando verso il disgraziato che continua a sperare. C’è di peggio, ma il racconto di Poe ha il suo lieto fine.


Matteo Renzi
“Una banda di idioti” di John Kennedy Toole
Titolo rubato a Jonathan Swift: “Quando al mondo spunta un genio, tutti gli idioti fanno banda contro di lui”. Non vale come endorsement, è il ritratto del protagonista Ignatius J. Reilly. Grassoccio, a trent’anni non lavora, abita con sua madre, è ghiotto di bomboloni con la marmellata, veste orrende camicie a scacchi, non si separa mai dal berretto con paraorecchie. Appassionato di filosofia medievale, trova che il mondo manchi “di teologia e geometria”. Colpa della tv, dell’esercito, delle femministe, dei neri, dei poliziotti, dei gay, dei comunisti e di chi si batte per i diritti civili. Perfetto per fare arrabbiare tutti quelli che conosciamo. “A Confederacy of Dunces” fu pubblicato dopo il suicidio dello scrittore – una mamma ostinata prese l’editore per sfinimento – e ci ricorda che una delle parole inglesi per dire idiota viene dal nome di John Duns Scoto, filosofo scolastico.
Mario Monti
“E l’uomo incontrò il cane” di Konrad Lorenz
Un saggio, un saggio. Mica si può consigliare un romanzo a chi porta il loden come una divisa. Un saggio che viene dall’Austria provvede meglio alla bisogna. Il cuccioletto che fu sbaciucchiato e adottato in diretta televisiva avrà il suo risarcimento (pensare che era in prestito, dopo il colpo di fulmine gli autori del programma dovettero trasformare il contratto del figurante a quattro zampe da noleggio a vendita). Scordata la battuta del perfido W. C. Fields – “Uno che odia così tanto i cani e i bambini non può essere completamente malvagio” – si torna ai tempi in cui l’uomo girava nudo e selvaggio, inseguito dalle tigri dai denti a sciabola, e il futuro cane era sciacallo o lupo. Se pensate che la selvaggeria può tornare utile quando si costituiscono gruppetti così piccoli che il primo pensiero nella mente di ognuno è “Scissione!”, sappiate che i cani hanno imparato a fare branco, gli umani ancora no. Nel capitolo “Cane e padrone” leggiamo: “Molti e diversi tra loro sono i motivi che possono spingere la gente ad acquistare e a tenere un cane, e non tutti sono buoni”. La ricerca del consenso elettorale non è contemplata.


Nichi Vendola
“La donna perfetta” di Ira Levin
I gay stanno rivendicando quel che a me ha rovinato la vita: il servizio militare e il matrimonio. L’idea è di Philip Roth, magnifico ottantenne che ha deciso di pensionarsi dal romanzo (“scrivo una frase e la giro, poi la cancello, ne scrivo un’altra e rigiro anche quella” è la sua descrizione del mestieraccio, ripetere e ripetere come nei lavori a maglia). Parlando di matrimonio, vengono in mente “Le mogli di Stepford”. Era il titolo originale del romanzo di Ira Levin, uscito dalla stessa officina che produsse “Rosemary’s Baby”. Il femminismo anni 70 prospera, i maschi in una cittadina da “Truman Show” del Connecticut trovano la soluzione: sostituiranno le consorti con robot curvilinei, devoti, con il piumino da spolvero in mano. Gli uomini che amano altri uomini non sembrano desiderare altro: tendine pastello intonate ai divani, cenette sane e bilanciate, il gorgheggio da film americano anni Sessanta: “Caro, sono a casa!”. Dalla vita promiscua e avventurosa al grembiule da cucina e alle pattine per non rigare il parquet. Il “first gentleman” si fa fotografare con il tinello marron come sfondo.


Rosy Bindi
“Gli anni fulgenti di Miss Brodie” di Muriel Spark
Datemi una bambina a un’età influenzabile e sarà mia per la vita. Ne è convinta Miss Brodie, insegnante alla Scuola Femminile Marcia Blaine. Siamo a Edimburgo, nel 1936. Le allieve sono indottrinate su Bontà, Verità e Bellezza, la storia e la geografia e la scienza possono aspettare, per far di conto usano le dita. Invisa ai colleghi che seguono i più modesti programmi scolastici, nel suo piccolo Miss Brodie vuole raddrizzare il legno storto dell’umanità. L’insegnante che ognuno sogna, pensa all’inizio l’ingenuo lettore (lo siamo per definizione, se una scrittrice ha il talento di Muriel Spark). Fa lezione all’aperto, sceglie le sue preferite tra le allieve con genitori “che non avrebbero contestato gli aspetti più moderni e rivoluzionari della sua didattica, perché troppo illuminati o troppo ignoranti per lamentarsi”. “Non lasciatevi dire che vi metto delle idee in testa”, raccomanda. Intanto racconta del fidanzato caduto come foglia d’autunno nelle Fiandre, una settimana prima dell’armistizio. Chiudiamo il romanzo con un brivido: l’insinuante Miss Brodie ha tempra da dittatore. O da vestale della rivoluzione etica.


Sandro Bondi
“Votate Robinson per un mondo migliore” di Donald Antrim
Guerra civile? Chi ha detto guerra civile? Qui ne abbiamo una degna di questo nome. Le villette bianche sono difese da mitragliatrici e filo spinato, non c’è rispettabile cittadino che non abbia un fossato attorno alla sua proprietà. Mancano solo i coccodrilli. Chi lo ha attrezzato con ferri acuminati, chi con bottiglie frantumate (“sentire con triste meraviglia / com’è tutta la vita e il suo travaglio / in questo seguitare una muraglia / che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”, scriveva il poeta laureato Eugenio Montale). Chi lo ha affidato a un’artista concettuale, specializzata in land art: bambole Barbie, regalistica di San Valentino, due tonnellate di sgombri in decomposizione. Chi ci ha fatto una piscinetta per velenosi serpenti acquatici che noi creature stanziali abbiamo incontrato solo nei romanzi di William Faulkner. Han cominciato squartando il sindaco, fuoristrada al posto dei cavalli, e sono pronti per pubblici linciaggi. “Vota Robinson, vota il buonsenso” è la promessa elettorale più rivoluzionaria.


Renato Brunetta
“L’amica di nonna Speranza” di Guido Gozzano
Temiamo non sia sfuggito all’onorevole che molti dei titoli suggeriti portano il marchio Adelphi. Colti in flagrante delitto di impar condicio, consigliamo un classico Guido Gozzano. “Gondole di plastica nera. Vetri di Murano. Souvenir. Avevamo una bancarella accanto alla stazione. E lì, sui marciapiedi di Cannaregio, ho imparato tutto. Il lavoro, il sacrificio”. Così disse il ministro, rievocando gli anni di formazione. La bancarella dell’anno 1850 è più ricca per lo strepitoso Gozzano (che in un’altra poesia, a proposito della signorina Felicita, ne loda gli occhi azzurri, “d’un azzurro di stoviglia”). Eccola: i fiori in cornice, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, gli oggetti col mònito ‘salve, ricordo’, le noci di cocco, Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po’ scialbi, le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici, le tele di Massimo d’Azeglio, le miniature, i dagherottipi, il cùcu dell’ore che canta, le sedie rivestite in damasco cremisi. Niente gondole nella parodia novecentesca anni 60 firmata Paolo Vita-Finzi (quando non imitava la letteratura italiana tutta faceva l’ambasciatore, che nostalgia). Le sostituiscono “i quadri a stracci di Burri”.